Domenica

Olof Palme, delitto perfetto

teatro. «gul. uno sparo nel buio» di Gemma Carbone

Olof Palme, delitto perfetto

Gemma Carbone in «GUL. Uno sparo nel buio»
Gemma Carbone in «GUL. Uno sparo nel buio»

L’assassinio del primo ministro svedese Olof Palme nel 1986 resta a tutt’oggi avvolto nel mistero, e, per gli abitanti della nazione da lui guidata per diversi anni, costituisce un gorgo oscuro di dubbi e incertezze, risolto attraverso una sorta di generale e radicale rimozione collettiva. Proprio questo vuole portare in scena Gemma Carbone, autrice e attrice italo svedese, che con la collaborazione di Giancarlo De Cataldo, e insieme a Giulia Falzea e a Riccardo Festa, ha composto uno spettacolo ben lontano dall’idea di una ricostruzione di taglio strettamente narrativo della vicenda, anzi, all’opposto, ci pone davanti ad alcune schegge di quel tragico avvenimento che non si sono mai combinate in un quadro chiaro e definitivo e mai riusciranno a farlo.

Non a caso lo spettacolo si intitola Gul, che nella lingua di quelle terre vuol dire giallo, ma si tratta di un intrigo senza scioglimento. Da sola in scena l’interprete accosta brandelli di realtà e stralci di deposizioni ricavati dalle lunghe ricerche compiute da lei stessa e rimontati in vario modo, trasfigurandosi poi in alcuni dei soggetti implicati nell’omicidio. All’inizio infatti indossa la divisa del poliziotto che tra i primi arrivò sul luogo del delitto, per poi trasformarsi nella moglie del premier che racconta in modo toccante quell’aggressione all’uscita di un cinema, in una sera di neve, con loro due soli e senza scorta, così come piaceva fare alla coppia per sentirsi più vicina alla gente comune.

Gemma Carbone in «GUL. Uno sparo nel buio»

L’interprete trasporta tutti gli elementi esposti su una dimensione traslucida e quasi irreale, li scontorna in una galleria di apparizioni fantasmatiche, la sua voce ci appare sospesa in una sorta di stupore continuo, come se lei stessa fosse alla ricerca dei toni giusti per ripercorrere quella storia, perché i fili della vicenda sono troppo annodati tra loro per poterne individuare uno solo, corrispondente ad una sola vibrazione emotiva. Lo stesso fa per definire i gesti, a partire da quella mano che appare sotto un cono di luce raggelandosi poi in modo infantile con un pollice e un indice tesi a mimare una pistola, e ancor di più riportando le dichiarazioni della signora Palme, quando, con il volto nascosto dai capelli, rende l’emozione di quelle parole attraverso i movimenti nervosi delle dita, vero oscilloscopio della sofferenza tesa fino allo strazio.

Chi fu a uccidere il primo ministro? Nessuno riuscì a capirlo e non si è mai arrivati ad una verità. L’unico arrestato, riconosciuto dalla consorte della vittima che fu l’unica testimone, fu scarcerato grazie a una perizia secondo la quale la donna sarebbe stata in un tale stato di agitazione in quei pochi minuti da non aver potuto memorizzare alcunchè. Sono tanti i sospetti che i vari momenti dello spettacolo mettono in campo, a partire dal fatto che Palme si stava segnalando come un politico di profonda umanità e sensibilità, e la sua idea di costruire insieme “Una città aperta, non fortificata”, insieme al suo orientamento socialdemocratico, non erano graditi agli ambienti più conservatori di quelle terre. Si parlò, però, anche di servizi segreti internazionali, le possibili piste di indagine si volsero verso il Sudafrica e i curdi, la Francia e gli Stati Uniti, e viene riportata persino una dichiarazione di Licio Gelli, che nel tessere le sue trame di controllo attraverso la sua loggia massonica P2 affermò «L’albero svedese sarà abbattuto».

Bella occasione dunque, questo appuntamento teatrale, per riaprire quella pagina piena di cancellature e strappi, oscura anche nella memoria di noi italiani che vivemmo con sorpresa quel tragico episodio, archiviandolo poi frettolosamente, per restare alle prese con i nostri intrighi di politica e di morte non meno difficili da decifrare. Forse qualche dettaglio va ancora messo a punto nella ricerca visiva dell’artista italo-svedese che vuole creare smarrimento anche attraverso lampi improvvisi di luce o movenze astratte e geometriche, e che appare alla fine con una maschera grottesca con i tratti del protagonista di questa storia. La forza dello spettacolo resta però nell’inquietante andamento della narrazione e nella presenza dell’attrice capace di evocare da sola i tanti tasselli scomposti di quello che, fino a questo momento, si può archiviare come un delitto perfetto.


“GUL. Uno sparo nel buio” di e con Gemma Carbone. Lecce, Convitto Palmieri, Cantieri Teatrali Koreja, 9 settembre 2017

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