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Il sogno americano di Abdul-Jabbar

basket e diritti civili

Il sogno americano di Abdul-Jabbar

Il nero e il bianco. Kareem Abdul-Jabbar con il suo storico «coach», John Wooden (1910-2010) in una foto del 2007. Un’amicizia lunga 50 anni tra sport, politica e filosofia di vita
Il nero e il bianco. Kareem Abdul-Jabbar con il suo storico «coach», John Wooden (1910-2010) in una foto del 2007. Un’amicizia lunga 50 anni tra sport, politica e filosofia di vita

Quando un grande risultato sportivo diventa un evento lontano nel tempo, il racconto delle imprese dei campioni è un pretesto per capire come eravamo, e cosa siamo diventati. Succede per esempio a noi italiani quando il pensiero torna alle vittorie dei Mondiali di calcio del 1982 e del 2006. Accade, con una straordinaria intensità, nei racconti di Kareem Abdul-Jabbar, leggenda del basket americano. Bandiera dapprima di Ucla (Università di California, Los Angeles), e poi dei Los Angeles Lakers, ritiratosi nel 1989 a 42 anni, Jabbar è stato il migliore marcatore di tutti i tempi della storia della Nba. Kareem, oggi settantenne, ha sempre vissuto, e continua a vivere, una vita piena e intensa che va oltre il basket.

Jabbar è giornalista, storico, filosofo, attore, musicista, attivista politico. Nelle sue narrazioni, la palla rimbalza spesso dal parquet dei palazzetti dello sport verso uno dei più intensi e drammatici periodi della storia degli Stati Uniti: gli anni ’60 e 70, teatro delle lotte per i diritti civili dei neri americani, discriminati in patria, ma utili per andare a morire in Vietnam. Anni di ingiustizie sociali nei confronti dei neri, delle donne, dei musumani e degli immigrati.

Nelle analisi storiche e sociologiche Jabbaar è diretto e preciso come il suo “gancio-cielo” (sky-hook), il tiro a canestro che lo ha reso leggendario, un colpo dall’effetto quasi ipnotico per eleganza, ritmo ed equilibrio. In Coach Wooden and me, 50 anni di amicizia fuori e dentro dal campo, questo distinto signore di New York, alto 218 centimetri, convertitosi all’islamismo nel 1971 (prima si chiamava Lew Alcindor), racconta la straordinaria alchimia creatasi tra un giovane, impulsivo nero, bravo negli studi e nel basket, e il suo allenatore, coach John Wooden, altra leggenda della pallacanestro mondiale, un uomo bianco, posato e riflessivo. Il tutto sullo sfondo dei più grandi cambiamenti politici e culturali della storia americana, quando la rivoluzione era nell’aria.

La lezione di coach Wooden, morto nel 2010 a 100 anni, era semplice, ed era una lezione per la vita, non solo per il basket: «Se saprete di aver fatto tutto il possibile e di aver dato il meglio di voi stessi sul campo, quella sarà la vostra ricompensa. Il tabellone dei punti non è importante». Ed è così che un cestista di Harlem, devoto musulmano, amico personale di Muhammad Alì, diventò il figlio adottivo del contadino del Midwest, devoto cristiano, appassionato di letteratura, celebrato come il più grande allenatore nella storia dello sport americano. Quello che ne uscì fuori fu una specie di basket-jazz, una “libertà strutturata” dove gli schemi di coach Wooden venivano esaltati e impreziositi dal talento e dagli assolo di giocatori come Jabbar. «Il jazz - si trovò una volta a dire con entusiamo Kareem al suo ex allenatore ultranovantenne - ha origine da qualche parte oltre il pensiero cosciente. Lo stesso luogo dove si gioca la grande pallacanestro».

Ma soprattutto, tra l’atleta e il suo allenatore nacque una visione d’insieme dello sport e della vita, un’alchimia perfetta, una condotta morale da tenere in una nazione in preda ai disordini razziali. L’insostenibile fardello dell’essere nero creava a Kareem tensioni con allenatori che non fossero Wooden, con i tifosi razzisti, con i ristoratori e gli albergatori che non volevano ospitare un nigger quando la squadra era in viaggio. E tra due personaggi ricchi di pudore, più abituati all’azione che alle parole, come Kareem e John, l’intesa su questi argomenti era fatta di silenzi, di sguardi e di coerenza, di lavoro sodo e fedeltà ai principi.

Alla fine, l’eredità di coach Wooden, così come ce la tramanda Kareem, è semplice e lapidaria: «Vincere è l’effetto collaterale del lavoro duro. Non sperare. La speranza è per la gente non preparata».

Kareem Abdul-Jabbar, «Coach Wooden and me, 50 anni di amicizia dentro e fuori dal campo», add Editore, Torino, pagg. 250, € 20

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