Domenica

In teoria ma non in pratica

l’islam e noi

In teoria ma non in pratica

Mani di fatima. Dipinto di Laila Shawa, 1989, © The Trustees of the British Museum
Mani di fatima. Dipinto di Laila Shawa, 1989, © The Trustees of the British Museum

Spesso si dà la colpa al tempo: tra sei secoli anche l’Islam sarà «moderno», deve fare il suo cammino, così come è stato per la civiltà «occidentale». Che ragli di gatto, direbbe un mio professore del liceo. Questa idea delle tappe necessarie di un percorso, del ripetersi dell’uguale se pur in differenti situazioni, sappiamo da dove viene e ha fatto il suo tempo. Colui che a Hegel sembrò lo Spirito del mondo a cavallo, Napoleone Bonaparte, a noi risulta essere un geniale megalomane militare, morto triste solo e sconfitto. Quindi non chiediamo a una civiltà di ripetere il percorso di un’altra.

E non parliamo di «due» civiltà, tante volte si è già detto dell’impossibilità di separare chirurgicamente un «noi» da un «loro», in qualunque gruppo ci si voglia riconoscere. Il nucleo del problema è un altro, in vista di una migliore comprensione, reciproca, e accettazione, reciproca, dell’Islam: nulla cambierà, non fra sei e non fra seicento secoli, se la lettura del Corano rimarrà letterale e basata sulle prime spiegazioni (non interpretazioni) pratiche, avvenute nei primi secoli dall’ègira.

Se le vite del Profeta e dei califfi «ben guidati», i primi quattro, sono intese come esemplari in senso stretto e se in generale il riferimento è sempre a un passato non interpretabile e non rivedibile, tutti i tentativi di moderazione, import-export della democrazia, apertura, dialogo sono destinati a scontrarsi con i muri della tradizione o altro, come la quasi divinità dell’imam (per non far torto a Sunniti né a Sciiti).

Questa e altre interessanti idee si leggono in un manuale abbastanza unico, una storia del pensiero politico islamico da Muhammad a oggi, curata da Massimo Campanini, con contributi di studiosi italiani e stranieri. Uno strumento scolastico (universitario) ma anche una piacevole lettura, scritta con chiarezza e che per la prima volta segue la teoria politica dell’Islam in senso sia cronologico che teoretico, senza esclusione di ambiti o periodi.

L’idea di cui sopra è in uno degli ultimi capitoli, quello dedicato al tema della donna (di Margherita Picchi), dove appare evidente che non può avere forza una teorica uguaglianza di genere, che pure si legge nel Corano, se poi sono di opposto avviso le pratiche indicate nello stesso libro e proposte dagli esempi dei primi musulmani, nonché codificate dai primi studiosi di diritto.

Ma prima della tematica femminile, il manuale parte dall’inizio e spiega senza fretta cose che si potrebbero ritenere scontate, e non lo sono: la scissione tra Sciiti e Sunniti, perché i primi sono e rimarranno una minoranza, la nascita dei califfati, i sensi del termine jihad, ossia sforzo interiore, ma anche guerra di difesa e per estensione guerra di conquista, di sottomissione del mondo alla vera religione. Si suggerisce che quest’ultima accezione, tristemente nota, prenda piede come deterrente ai conflitti interni una volta che siano sicuri i confini dello stato islamico. Forse (non so se tutti gli autori concorderebbero).

Chiaramente le teorie di al-Farabi, tra nono e decimo secolo della nostra era, chiudono ogni discussione: il governo deve essere dell’imam, che è profondo metafisico e teologo (come i re-filosofi di Platone), che è quasi divino, scelto da Dio, infallibile, profeta (tutte caratteristiche non dei re-filosofi). Inoltre la virtù deve essere esportata con le armi e la forza. Non solo per difesa (questa sarebbe la «guerra giusta» di Sant’Agostino), ma per portare un bene maggiore a chi non lo possiede o non lo vuole, senza però scomodare la jihad: al-Farabi infatti non accenna all’esportazione dell’Islam e parla di guerra come harb.

Ma prima di al-Farabi, prima che la sua Baghdad diventasse centro di potere e sapere musulmano, i due secoli immediatamente successivi alla morte del Profeta (632) hanno visto la velocissima espansione dell’Islam sulle coste del Mediterraneo, favorita dalla stanchezza dei Bizantini e dei regni romano-barbarici, dall’oppressione delle tasse, dalla povertà, dalla poca organizzazione degli assaliti, che in diverse occasioni hanno ufficiosamente aiutato gli assalitori.

Che si porti la religione, oltre che il normale saccheggio e nuove forme di governo, è scontato. Non perché lo stato islamico sia teocratico (il clero in sé non esiste, esistono studiosi con ranghi diversi a seconda dell’appartenenza). Piuttosto perché la religione, in particolare i sacri testi, hanno la soluzione a tutti i problemi, di ordine privato e pubblico, familiare e politico. Perché, dunque, cercare altrove? O permettere a chi sbaglia di continuare a sbagliare?

Dicono che sia stato questo il motivo per cui ciò che restava della Biblioteca di Alessandria, già devastata ai tempi di Giulio Cesare, sia stato definitivamente bruciato per scaldare i soldati, quei papiri non avrebbero contenuto nulla di buono che non fosse già nel Corano. Ma queste sono probabilmente leggende, ce ne sono tante sulla Biblioteca. Piuttosto, si consideri come queste truppe di beduini, abili cavallerizzi, si impossessano del Vicino Oriente fino a Costantinopoli, dell’Africa del Nord e dell’Europa del Sud fino alla Provenza e alla Sicilia.

Un altro libro recente, Il mare dei califfi, consente un altro tipo di viaggio nella storia, domandandosi se è vero che nel Mediterraneo i musulmani navigavano solo come pirati. Anche, risponde lo storico Christophe Picard: dal tredicesimo secolo erano praticamente solo pirati (i Saraceni!), ma nei secoli precedenti avevano imparato a navigare per combattere e per commerciare, oltre che per rapire e rapinare.

Già a trent’anni dalla morte del Profeta l’esercito aveva una sua prima base navale, poi a poco a poco, anche in questo caso favoriti dalla decadenza della marina che fu dei romani, la conquista di porti come Alessandria e poi Tunisi, diede la possibilità di assoldare costruttori di navi e marinai. La presa dell’Italia del Sud e della Spagna non sarebbe stata possibile senza la flotta, con equipaggi che a partire dal decimo secolo comprendevano anche gli schiavi arruolati. Ma la conquista islamica era instabile, perché veniva contesa tra i diversi piccoli califfati, le battaglie navali diventano sempre più spesso di islamici contro islamici.

Di nuovo i latini, fin da prima del Mille, hanno la possibilità di guadagnare il mare dei Rūm, «dei Romani», nascono le Repubbliche marinare che sono sempre più forti e ricche. Ibn-Battuta, viaggiatore e scrittore spesso paragonato a Marco Polo, pur essendo nato in Marocco nel 1304, per i suoi viaggi al mare dei Romani preferì «il mare degli Arabi», l’Oceano Indiano, dove non occorreva essere pirati per navigare da musulmani.

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