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Il Teatro Patologico di Dario D'Ambrosi debutta a Tokyo con…

disabilità, cultura e società

Il Teatro Patologico di Dario D'Ambrosi debutta a Tokyo con «Medea». In attesa dell'Onu

TOKYO – Con due performance tenute per la prima volta in Asia, il Teatro Patologico lancia in Giappone un messaggio forte sui rapporti tra disabilità, cultura e società, in una sorta di anticipazione di quanto accadrà il 5 novembre al Franco Parenti di Milano in occasione del G7 della Salute e il 4 dicembre, quando approderà al Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite nella Giornata Internazionale delle Persone con Disabilità.

Sul pubblico giapponese convenuto all'istituto Italiano di Cultura di Tokyo - tra cui vari rappresentanti di associazioni che aiutano i diversamente abili - è risultata davvero di forte impatto emotivo la versione della “Medea” di Euripide ideata e diretta da Dario D'Ambrosi, fondatore (nel 1992) e direttore di un teatro che porta sulla scena attori professionisti (come Almerica Schiavo, Sebastiano Somma, Paolo Vaselli, Morgana Forcella) e ragazzi con disabilità psichiche e fisiche. Un adattamento, quello della Medea, che esplora il rapporto tra corpo e linguaggio, spezza la barriera tra palcoscenico e zona per il pubblico, combina l'italiano con il greco antico, la musica dal vivo di Francesco Santalucia e Papaceccio con silenzi inquietanti: un progetto sfociato dal percorso della scuola di formazione teatrale per ragazzi diversamente abili “La Magia del Teatro”.

Il Teatro Patologico a Tokyo con «Medea»

«È una prima volta anche per l'Istituto Italiano di cultura di Tokyo - spiega il direttore dell'IIC, Paolo Calvetti -. E per la prima volta i discorsi di presentazione sono stati tradotti anche nel linguaggio dei segni giapponese, per i non udenti. Al di la dell'integrazione di questi ragazzi all'interno di una attivita' molto creativa come quella del teatro, siamo contenti di aver portato qui uno spettacolo di alto valore e godibilità».

Nel suo intervento preliminare D'Ambrosi ha anche parlato - come ha fatto e farà all'Onu - del primo corso universitario al mondo di “Teatro Integrato dell'Emozione” per disabili fisici e psichici, sorto dalla collaborazione tra l'Associazione del Teatro Patologico e l'Università di Roma “Tor Vergata”. «È una emozione grande essere qui per la prima volta a Tokyo - dice D'Ambrosi -. A parte un intervento che feci alcuni anni fa in un convegno dell'Unesco a Manila, è anche la prima volta in Asia. Siamo noi italiani i primi a creare questo corso universitario di Teatro Integrato dell'Emozione: penso sia fondamentale il messaggio che portiamo qui e che porteremo alle Nazioni Unite». In altri posti del mondo ci sono attività simili, ma non esiste un corso universitario analogo. «Questa rivoluzione che abbiamo avviato sta suscitando interesse in molti Paesi. Già ci hanno chiesto informazioni, da Israele al Canada all'Argentina. Penso che in dieci anni molti Paesi adotteranno questo metodo. Cresce la consapevolezza che, quando sta bene uno di questi ragazzi, stanno bene molte altre persone: le famiglie, il condominio, il quartiere. L'intera società diventa più sana e migliore».

Il Giappone è una società complessa e contraddittoria, come rivelano anche le modalità con cui si rapporta alla disabilità fisica e psichica. Da un lato, il Paese è all'avanguardia nell'assistenza sul piano tecnico, con una disponibilità di tecnologie e servizi che altrove ci si sogna. Inoltre la consapevolezza del problema è forte ai massimi livelli governativi, se non altro in relazione all'invecchiamento della popolazione (ci sono ben 2 milioni di ultranovantenni) e alla grande diffusione della demenza senile. Ma è anche un Paese dove le famiglie tradizionalmente cercavano di tenere celata la disabilità, anche per imbarazzo o vergogna nel creare eventuale disturbo in pubblico. Il Giappone è il Paese, normalmente ordinato e sicuro, dove però le periodiche e improvvise esplosioni di violenza incontrollata non hanno confini: basti pensare all'orrore suscitato nel mondo dall'uccisione di 19 disabili e il ferimento di altri 26 avvenuta l'anno scorso a Sagamihara (presso Tokyo), un crimine perpetrato da un ragazzo che faceva parte del personale di assistenza della struttura. «Io non credo che ci siano differenze fondamentali rispetto alla società italiana - afferma però Calvetti -. La disabilità è una questione che va affrontata con grande fermezza e maturità da parte di società evolute come le nostre. In questo caso specifico, l'Italia lancia in più il messaggio preciso secondo cui anche ragazzi che sono portatori di disabilità possono integrarsi perfettamente all'interno di un circuito creativo e artistico come quello del teatro».

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