Domenica

Il prezzo del privilegio

Letteratura afroamericana / Margo Jefferson

Il prezzo del privilegio

Margo Jefferson. Negroland
Margo Jefferson. Negroland

«Mi hanno insegnato a non mettermi in mostra»: una frase insolita con cui iniziare un memoir. Fin dall’incipit l’ironia sorniona di Margo Jefferson prepara il lettore di Negroland a una narrazione che si avvita sulle contraddizioni e le trasforma in agnizioni. Ex giornalista del New York Times, premio Pulitzer per la critica, insegnante di scrittura alla Columbia university, Jefferson è un’elegantissima settantenne educata ad essere perfetta, a mostrare in ogni momento che i neri possono essere come e meglio dei bianchi. Eppure, messo da parte il riserbo, decide di raccontare la sua vita e, attraverso questa, la misconosciuta storia dell’esigua alta borghesia afroamericana di cui fa parte, la «terza razza», come loro stessi si considerano. Sospesi «tra le masse di Negri e tutte le classi di caucasici. Come il terzo occhio - racconta -, la Terza Razza possedeva una saggezza, una capacità intuitiva e un sapere illuminato che mancavano alle altre due».

Jefferson chiama Negroland una piccola regione dell’America nera i cui abitanti sono protetti da un certo grado di benessere e privilegi; mette la maiuscola all’offensivo epiteto “negro” e lo usa in tutto il libro: «perché trovo ancora che Negro sia una parola sbalorditiva, illustre e terrificante. Una parola che trovi sui manifesti con gli schiavi fuggiaschi e sugli editti con i diritti civili».

Il suo racconto comincia là dove la memoria della comunità afroamericana finisce: con la deportazione degli schiavi. Jefferson ricostruisce gli albori di questa comunità, il formarsi di una piccola élite di africani arrivati prima della schiavitù, di modesti proprietari terrieri neri (in possesso anche di schiavi), di schiavi liberati, di schiavi affrancatisi col lavoro o con matrimoni misti. Rende conto dei primi autori che descrissero il nascere di questa sparuta e prudente aristocrazia, come Joseph Willson «anche lui sfuggito, con tipica discrezione, alla schiavitù», dello stoico impegno di alcuni e soprattutto alcune di loro per riscattare il proprio popolo, ma anche della sua pretenziosità classista, dell’esistenza di una doppia coscienza: da un lato il senso di appartenenza e di responsabilità verso i fratelli sfruttati, umiliati, uccisi, dall’altro il desiderio di «non pensare costantemente a Loro come se fossero Noi».

Gli attivisti e le attiviste nere del passato che hanno cercato di «elevarsi risalendo il baratro della storia» sono le eroine e gli eroi di una nascente epica afroamericana, tanto necessaria quanto più il razzismo rende urgente l’ampliamento e il consolidamento di un’identità in cui rifugiarsi e trovarsi. A loro deve ispirarsi Margo Jefferson, nata alla fine degli anni 40 in una famiglia colta ed engagée. Anche per lei i genitori vogliono il successo, ma a differenza delle famiglie americane borghesi bianche, quelle nere vogliono anche che i loro figli personifichino il progresso di una popolazione. Fin da piccola le viene spiegato che non deve parlare a voce alta, esibire modi sfrontati e appariscenti, né indulgere in alcun modo a comportamenti che possano favorire il pregiudizio razziale. «Il progresso o la rovina della Razza dipendono da quello che fai, da quello che sei e quello che vorresti essere» è il messaggio che le arriva. Il suo dovere è la superiorità intellettuale.

Margo vive in un bel quartiere e va alla scuola dei bianchi dove si rende rapidamente conto di essere insieme lusingata e umiliata dalla consapevolezza di essere ricca e dove fa anche esperienza delle sottili, quotidiane, aggressioni razziste così acutamente descritte da Claudia Rankine in Citizen (si veda l’articolo a fianco) e del malessere che queste provocano. Anche se non vi si sofferma: «È troppo semplice, quando scriviamo di noi, indugiare sui brutti ricordi. Crogiolarsi nella nostra innocenza. Ammirare il nostro dolore».

La descrizione del suo lessico famigliare e della vita agiata, delle feste in cui «i gioielli scintillano come ghiaccio nei bicchieri da cocktail» occupa alcuni capitoli. A Negroland alcuni consideravano i propri privilegi, conquistati a caro prezzo, come politicamente giusti, come un vantaggio per tutti i neri. «Eravamo la terza razza. Avevamo a cuore la nostra gente - amavamo la nostra gente -, ma rifiutavamo di farci trascinare in basso dagli elementi più umili» racconta. La doppiezza si insinua nella coscienza della ragazzina che, piccola integrazionista, vuole essere amata da tutti, neri e bianchi. «Il desiderio di popolarità uccise le mie cellule cerebrali e la fiducia in me stessa, non capivo che era una meschinità. Ma capivo di essere fragile». Finita la segregazione razziale (che «per certi versi fu una fortezza») i genitori di Margo si preoccupano di proteggerla dall’acclimatazione alla cultura bianca con apposite lezioni per instillarle «vero orgoglio intellettuale». Presto la liceale si sente non abbastanza talentuosa, non abbastanza brillante, priva di una personalità eccezionale. E diventa anche consapevole «di quelle brutte storie che hai ascoltato di nascosto o che ti hanno raccontato genitori e nonni che invariabilmente smentiscono le opinioni più diffuse secondo cui se i Negri si mostrassero all’altezza non avrebbero difficoltà a farsi trattare da pari».

Gli anni settanta sono alle porte, anticipati dalle Pantere Nere e dai movimenti per i diritti civili. Le «Brave Ragazze Negre» lasciano da parte le buone maniere e i capelli sempre in ordine, i tentativi di essere sbarazzine, chic, sarcastiche (mai leggere!) e imbracciano «le armi contro intere parti di sé», menando colpi durissimi.I diritti acquisiti a Negroland non contano più, anzi: «devi capire che non sei affidabile. Quelli come me tu prima li insultavi» e ancora «sei abbastanza nera?» sono le frasi che rimbombano in testa a Margo. Se le ragazze giocano al ghetto, roteando gli occhi e parlando in modo sguaiato, i ragazzi diventano «Flaneur della razza», ribelli borghesi che nei bassifondi trovano «non solo l’avventura ma il correlativo oggettivo della loro segreta disperazione».

Margo inizia a chiedersi quando i suoi coetanei hanno iniziato a morire. A Negroland al disagio della razza si aggiunge prepotentemente quello per la classe sociale. Si fa strada «il colpevole imbarazzo di chi è stato abituato ad accettare i propri diritti con spavalderia». E la superficialmente ritrovata unità con i fratelli poveri finisce per esasperare le contraddizioni più profonde dei giovani ricchi. Il privilegio in cui sono cresciuti, il privilegio che i loro genitori gli hanno imposto di meritarsi essendo irreprensibili li ha in realtà esposti a un’irriducibile contraddizione, perché nessun privilegio può essere meritato.

Oramai una giornalista, Margo coltiva con impegno il desiderio di uccidersi: «Morire per essere impeccabile». Del resto è stata abituata a non deludere i suoi interlocutori. Ed è qui che la sua storia diventa universale: nel descrivere il prezzo del privilegio dove ancora oggi si infrangono le certezze dei giovani nati in un benessere che non hanno conquistato e che, seppur indirettamente, si è nutrito della povertà degli altri, dove naufraga l’illusione della loro innocenza.

Jefferson poi prosegue nel racconto della sua vita e quella della sua classe sociale con interessanti pagine sul femminismo. Si scoprirà un giorno a dichiararsi sia bianca sia nera, come sua madre quando scriveva «A volte quasi mi dimentico di essere Negra», il suo modo per reclamare uno spazio di libertà. Finirà rivendicando la sua unicità, contro il razzismo che ha fatto di lei una persona plurale.

Margo Jefferson, Negroland, trad. di Sara Antonelli, 66thand2nd, Roma, pagg.270, € 16. Jefferson sarà a Roma a Più Libri Più Liberi il 9 dicembre alle 15

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