Domenica

Caro Don Lisander, ti scrivo

Letteratura

Caro Don Lisander, ti scrivo

Spavaldo lo era di sicuro, e anche furiosamente ilare, il giovane poeta che si compiacque di confondere Alessandro Manzoni con una «gazzarra di lettere». Ne aveva sentito il «bisogno» terapeutico: era convinto che, in ogni occasione, «due paroline melate» di risposta gli sarebbero bastate per «mandare a monte un mese di scorruccio». Si chiamava Giuseppe Giusti, il poeta. Un giorno, nell’attesa di raggiungere come ospite la casa del grande scrittore che era riuscito ad aprire l’Italia alla cultura europea del romanzo, da Genova aveva spedito al suo idolo letterario un ritratto (veritiero e divertito) ristretto in un palmo di prosa sovreccitata dalla smania stracciona di un picaro costretto dalla sorte a vagabondare alla «buona d’Iddio»: «Senza neppure un cencio di passaporto, senza un soldo in tasca e quasi senza camicia addosso … da zingaro, da Tenore smesso, da un disperato simile». In principio aveva indirizzato le lettere al suo «caro Signore». Poi al «caro Manzoni». Infine a «Sandro mio». Giusti sapeva bene che Manzoni non era «tanto corrivo a scrivere», preferendo dialogare nel suo studio o «chicchirillare» mentre passeggiava: lo «scriver lettere» «sviava» Don Lisander che, quando poteva, evitava la «lettera morta» e dava notizie di sé tramite messaggi orali affidati alla cortesia e alla compiacenza di corrieri in tal modo adibiti a far da «lettere vive». Giusti strepitava lo stesso. E fingeva di portare il broncio. Faceva trapeziare nell’aria un sorriso di affettuosa canzonatura: «Ho tentato il serio ed è stato a vuoto; ho tentato le corbellerie ed è stato come dire al muro; ho tentato il silenzio, e bujo via buio fa buio. Ora mi tocca a scriverti daccapo, perché è oramai di regola che di due che si vogliono bene, il primo a tornare a placebo è sempre il più malmenato. Andiamo, via, scriviamo a questo avaraccio, che un foglio di carta gli pare una lastra d’oro, quando si tratta di spedirlo a uno che l’aspetta come gli uccelli di nido aspettano l’imbeccata, rabescato di due o tre righe anco insignificanti, se cosa insignificante può uscire da una penna quanto famosa altrettanto infingarda; e quest’ultima frase, se non lo sapesse, è frase del cassone nel quale dormono gli Epistolari in gala, che Dio li riposi». Manzoni stava al gioco. Si divertiva. Ricambiava l’affetto quasi filiale di questo «Geppino» impetuoso, che con lui usava una prosa impaziente e piroettante.

Anche il giovane Edmondo De Amicis scriveva a Manzoni, ma a bassa voce e con gli occhi umidi; scalando su tonalità diverse di languorosa idolatria: «Dovrei ricordare tutte le soavi lagrime sparse sui libri Suoi, dovrei ricordare quelle belle ore di estatica ebbrezza che mi fecero benedire il giorno in cui Dio volle ch’Ella nascesse per gloria d’Italia, per gioia di tanti cuori, per bene di tante anime… Io non potrei manifestare la mia commozione che piangendo». E si rammaricava, De Amicis, che Manzoni, lontano com’era, non potesse vederlo mentre piangeva. Due lettere di risposta, inviate da Manzoni, vennero esposte in casa De Amicis in un «quadro», come fossero «reliquia di santo». Si tentò anche di pubblicarne una. L’autore si oppose: «Una lettera scritta con intento privato prende facilmente, con l’esser presentata al pubblico, un carattere dissonante».

Manzoni scriveva lettere pianamente e tranquillamente. Alcune avevano intensità narrativa. Molte erano legate alle ricerche sulla lingua, ai suoi rapporti con i tipografi e gli editori, ai quesiti che gli ponevano i traduttori delle sue opere. Altre erano raffinatamente teoriche sulla responsabilità morale dello scrivere e sul valore conoscitivo e civile della letteratura: veri e propri esempi di scrittura saggistica sempre controllata nel lessico, nella sintassi, negli acuti della riflessione (come ci ha insegnato a leggere Mariarosa Bricchi nel prezioso libretto suggestivamente intitolato Grammatica del buio. Strategie testuali di Manzoni saggista, Centro Nazionale Studi Manzoniani, Milano 2017, pagg. 136, € 20,00). Alphonse de Lamartine scrisse a Manzoni il 29 ottobre del 1827, dopo aver letto I promessi sposi. Dichiarò il suo entusiasmo per i capitoli sulla peste nel terzo volume del romanzo. E auspicò che lo scrittore si decidesse a «uscire» dal romanzo per fare storia «dans un genre neuf». Nell’edizione del Quaranta, Manzoni aggiunse all’opera il capitolo sul processo agli untori, la Storia della Colonna infame, che era un «modo nuovo» di far racconto storico; e che avrebbe dovuto convincere i lettori a leggere a ritroso (e diversamente da quanto era stato fatto prima) l’intero romanzo, lungo l’ossatura della storia milanese del XVII secolo. Scrisse al Manzoni uno dei suoi traduttori francesi, il marchese Jean-Baptiste de Montgrand: «J’ai lu avec un intérêt mêlé d’horreur l’histoire de la Colonna infame». Ma subito, sulla Colonna, cadde il silenzio. Se ne lamentò Manzoni con Adolphe de Circourt, in una lettera del 14 febbraio del 1843. Un altro traduttore dei Promessi sposi, l’inglese Charles Swan, ebbe da Manzoni una risposta significativa sul suo rapporto con il teatro di Shakespeare: «Quantunque io non sappia un iota d’inglese, e quindi non conosca il gran poeta che per via di traduzioni, pure ne son sì caldo ammiratore, che quasi quasi ci patisco se altri pretende di esserlo più di me».

I Carteggi letterari di Manzoni sono ora pubblicati dal Centro Nazionale Studi Manzoniani in due ponderosi volumi, a cura di Laura Diafani e Irene Gambacorti, e con una splendida introduzione di Gino Tellini. Coprono l’arco cronologico che va dal 1803 al 1873. Vi sono recuperati 153 inediti. Comprendono ben cinque Appendici che ordinano minute di lettere mai spedite, probabili falsi, e frammenti di dubbia autenticità. Molte delle lettere già note sono state attentamente riscontrate sugli originali, alcuni dei quali si davano prima come dispersi. Grazie al commento, tutte le “voci” raccolte nei due tomi dialogano fra di loro; e compongono il racconto di un’epoca e della sua cultura. Questi Carteggi contribuiscono molto a liberare Manzoni da quella adulterante e noiosa camicia di forza impostagli dalla tradizione scolastica. E cadono in un momento di vivace ripensamento dell’opera manzoniana. È da poco uscito il primo numero della Rivista di Studi Manzoniani (Fabrizio Serra Editore), che propone saggi critici accompagnati da una nutrita sezione di puntuali recensioni. Ed è uscita per il Mulino una aggiornatissima e innovativa guida alla lettura dei Promessi sposi: Pierantonio Frare, Leggere “I promessi sposi”, pagg. 176, € 14. Giulia Raboni ci consente infine di entrare dentro l’officina dello scrittore, per farci scoprire Come lavorava Manzoni, Carocci editore, pagg. 144, € 12.

Alessandro Manzoni, Carteggi letterari, a cura di Laura Diafani e Irene Gambacorti, Introduzione di Gino Tellini, in due tomi (della Edizione Nazionale ed Europea delle Opere di Manzoni), pagg. 1.856, Centro Nazionale Studi Manzoniani, Milano, € 160

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