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Due passi nell’aldilà

Letteratura

Due passi nell’aldilà

A bookcity. Alberi (2016, China bianca su carta esposta, collage di fotografia) è un’opera di Meri Gorni
A bookcity. Alberi (2016, China bianca su carta esposta, collage di fotografia) è un’opera di Meri Gorni

Non è un viaggio molto allegro e di piacere, ma certamente interessante e inevitabile quello che ci propongono due filologi e mitologi, Tommaso Braccini e Silvia Romani in Una passeggiata nell’aldilà in compagnia degli Antichi. Un viaggio anche attraverso capolavori letterari e filosofici, in cui grandi poeti e pensatori hanno immaginato, meditato e descritto l’inesplorato paese dove molti sono andati ma da cui nessuno ha fatto ritorno, come avvertono Amleto e Orazio. Silvia Romani nel prologo «Invito al viaggio» cita soltanto il caso di Robert Graves, grande e amabile mitografo, romanziere e poeta, che ferito gravemente nella battaglia della Somme fu dato per morto e commemorato come tale dal «Times»: mentre poi si riebbe e «tornò in vita».

Il primo dei grandi viaggiatori oltremondani è il più curioso degli eroi, Odisseo, e il cronista è il primo e più grande dei poeti, Omero, nel libro undicesimo dell’Odissea. Su suggerimento della maga Circe, il re di Itaca reduce da Troia si avventura nella caliginosa terra dei Cimmeri ai limiti del mondo, avvolti in un perpetuo crepuscolo. E lì si ritrova in un «funereo coro» di grandi peccatori, di ombre di antichi commilitoni, di cui il poeta staglia una galleria di «gotici ritratti», di fantasmi che con la morte hanno smarrito ogni frammento di identità, annientati democraticamente in un universo senza luci.

Con Esiodo si affaccia invece nelle Opere e i giorni una generazione di eroi luminosa, che trovano e conducono una nuova forma di vita ai confini dell’Oceano: nelle Isole dei Beati.

L’acqua, il mare e i fiumi sono costanti del paesaggio dell’Aldilà degli antichi. Tramiti fra i due mondi, fiumi dai più vari nomi si susseguono confusamente nelle tenebre sotterranee descritte dai vari poeti come indistinguibili nella loro caligine: ma nettamente sotto i passi di Enea nella sua discesa nel sesto libro dell’Eneide, dove egli diviene il navigatore di Dante, Michelangelo e tanti altri poeti e pittori futuri. Dapprima si attraversa un vestibolo popolato di mostri, i Centauri, le Arpie, la Guerra e un albero su cui sono appollaiati i sogni vani, poi l’Acheronte melmoso e le paludi in cui si riversa. Ma anche il Lete, con le sue acque che finalmente donano alle anime l’oblio.

Lì si aprono due vie, quella di sinistra conduce al Tartaro, quella di destra ai Campi Elisi, come nel Dies irae di Tommaso da Celano. E i destini di ognuno sono definitivamente fissati.

È proprio nel più mesto e dolce di tali luoghi che Virgilio raggiunge il culmine della sua arte e della sua umanità: in quei Campi del Pianto dove si celano l’un l’altro e piangono fra i mirti, poiché i loro crucci non vengono meno neppure nella morte stessa, coloro che si strussero di un amore infelice: donne, solo donne, Fedra innamorata del figliastro, Pasifae di un toro, Laodamia sposa del primo dei greci caduti a Troia: e «tra queste la fenicia Didone», a cui Enea tenta di accostarsi quando la riconosce così come chi vede, o crede di vedere tra i nembi la luna all’inizio del mese: e lei non alza nemmeno gli occhi da terra né compie alcun cenno, «come se fosse una dura selce o una roccia», nel più celebre rigetto di tutta la storia della poesia.

Di ognuno di questi passaggi gli autori dànno nel loro volume, e in loro traduzioni, un’antologia di brani illustrativi di poeti epici e lirici, e prosatori, storici e filosofi. Lì si trovano fortunatamente per il viandante le Isole dei Beati del sedicesimo Epodo di Orazio, un’Utopia e un paradiso alla Beato Angelico, dove la terra produce ogni anno la messe senza essere arata, e la vite l’uva senza essere potata, il miele stilla dagli alberi e il gregge non ha bisogno di custodi, il clima è mite e il mare non conosce pirati: «questo e altro ammireremo felici».

Ancora più concreto e beato Luciano. Luciano sa essere anch’egli un filosofo realistico e atroce, quando in uno dei Dialoghi dei morti il cinico Menippo cerca laggiù i belli e le belle decantati nei poemi e nei miti, Narciso, Achille, e Leda, e non scorge che un mucchio di ossa e di crani snudati dalle loro carni preziose e tutti uguali l’uno all’altro: e dire che per quel relitto lì, di Elena, «si sono radunate mille navi di tutta la Grecia e tanti greci, tanti barbari sono caduti, tante città si sono sgretolate». «Ma tu non l’hai vista questa donna – lo corregge Ermes in quel loro dialogo – non l’hai vista mentre era in vita questa donna. Avresti detto anche tu che valeva la pena».

Ma il protagonista di un’altra operetta di Luciano, la Storia vera, finisce invece fra un simposio allietato da coppe di vino che si riempiono da sé ad ogni bevuta, e dai canti di Omero in persona, in un comunismo di donne: «Sul sesso e sull’amore lì la si pensa in questo modo: si uniscono apertamente sotto gli occhi di tutti e le donne sono in comune fra tutti e nessuno invidia l’erba del vicino».

E anche Aristofane, come è facile immaginare, costituisce un altro bell’antidoto alla serietà inevitabile di questo bedeker. Nel dialogo tra Eracle e Dioniso nelle Rane l’eroe racconta al dio che laggiù troverà dapprima una palude immensa, attraversabile per due oboli sul barchino di un vecchio nocchiero; quindi una marea di serpenti e di bestie terribili; un fango merdoso in cui è immerso chi ha percosso la madre e preso a sberle il padre o copiato la tirata di un poeta tragico. Ma anche si troverà in una luce bellissima come quella di quassù, e boschetti di mirra e cori felici di uomini e donne plaudenti. All’imbarcadero, Caronte è pronto a partire per ogni destinazione: «Un passaggio per la piana del Lete? per i Cerberi? per la Malora…?» Si sale a bordo, e in barca durante la traversata si odono non canti di cigni e di Sirene ma il melodioso canto delle rane, brekekekex koax koax...

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