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Harry Potter tra le righe del mito

Arte

Harry Potter tra le righe del mito

Fantasia e realtà. Un particolare dell’allestimento alla British Library
Fantasia e realtà. Un particolare dell’allestimento alla British Library

Dite, a bruciapelo, la prima formula magica che vi viene in mente... «Abracadabra»! Lo sapevo. È di gran lunga la parolina magica più nota: la hanno usata generazioni di maghi e streghe, infatti, ed è arrivata, intatta, fino a noi. La prima attestazione scritta è nel Liber Medicinalis di Quintus Serenus Sammonicus, vissuto nel II sec., scienziato dell’imperatore Caracalla. Va da sé che qui, alla British Library di Londra (manoscritto di Canterbury, XIII sec.), ce l’hanno. Prima di diventare “solo” magica, veniva usata per curare la malaria: iscritta dapprima per intero, poi via via perdendo una lettera alla volta (bracadabra / racadabra / acadabra... fino a a.), diventa un triangolo con la punta in basso: se ne faccia un amuleto e lo si posi su collo del malato per far passare le febbre.

Volete diventare invisibili? Abbiamo anche questa. Si tratta di una sequenza di parole, tratta da un manoscritto del XVII sec., Il libro di Re Salomone. La chiave della conoscenza. È lunga e inizia con: «Stabbon, Asen, Gabellum, Saneney, Noty...». Ve la risparmio, ché tanto non funziona: l’ho provata io – e prima di me tanti altri –: vi assicuro che non ha tolto un solo grammo di visibilità ai miei oltre 100 chili di stazza. Pazienza. Tenterò con altri metodi, ma temo che neanche gli erbari che mi circondano, o le bacchette magiche nelle teche possano davvero aiutarmi in questo senso. Ecco, però, una formula magica che ha funzionato: e giustamente ora è custodita sotto vetro. Tremolante scrittura infantile a matita su carta comune: è la formula che trasforma il vostro manoscritto di autore ignoto e rifiutato già da altri 8 editori nel più incredibile e concretissimo fenomeno letterario-editoriale di fine secolo. Leggiamola: «The excitement in this book made me feel warm inside. I think it is possibly one of the best books any 8/9 year old could read». La “maga” che la pronuncia è una bambina di 8 anni, Alice Newton, ed è la figlia di Nigel, il capo della casa editrice Bloomsbury. Le parole sortiscono il loro effetto: il giorno dopo averle lette, il papà dice sì alla sconosciuta scrittrice J.K. Rowling e l’incantesimo della pubblicazione di quel libro così eccitante, Harry Potter e la pietra filosofale dunque si compie. Da qui è storia, anzi si entra nel mito.

O, meglio, vi si rientra. Perché se c’è una cosa che questa esposizione «Harry Potter. A History of Magic» – appena aperta nella più venerabile delle istituzioni culturali inglesi e visibile (se riuscite a prenotare il biglietto: ne hanno già venduti oltre 25mila in pochi giorni) fino a fine febbraio 2018, poi andrà a New York – dimostra è questa: che la Rowling ha trovato il modo, con una miscela molto sapiente di qualità di scrittura (sì!) e una mirabolante e preveggente fantasia creativa, di ripescare e vivificare tutto un mondo di leggende, miti, personaggi, epiche che stanno attorno a noi, e che forse, confusamente, avvertiamo, e di renderlo credibile e presente in una storia che non smette mai di mischiare reale e fantastico. Esattamente, cioè, la lezione delle vere mitografie, dei veri classici. Che non sono scienza, lo sappiamo; ma non di meno sono conoscenza. Perché, noi umani, siamo fatti di storie, di narrazioni, di meraviglie e incanti.

E non a caso la mostra è stata fortemente voluta e promossa dalla British Library ed è stata allestita proprio in questo modo. Da una parte c’è l’intenzione di festeggiare i 20 anni della saga potteriana (il primo episodio fu tirato, formule magiche o no, in sole 500 copie, oggi di grande valore antiquario: la vecchia prudenza editoriale di papà Nigel ha pur sempre una sua validità), dall’altra c’è quella di “collocarlo” in un contesto – molto – più ampio. E poiché da queste parti queste cose le sanno fare, ecco che la mostra su Harry Potter è leggibile, appunto, a più livelli. Le torme di ragazzini che mi circondano sono ovviamente affascinati dai libroni, dalle sfingi, dai calderoni di cartapesta, che spiccano, giganti, al centro di ogni stanza. Nella penombra di questa enorme, finta, libreria che ci abbraccia (poteva essere diversamente?) la magia, per loro, è palpabile, di più: è concreta. E poi i quadri dei protagonisti delle loro letture, da Albus Silente ad Hagrid (ma, saggiamente, nulla dai film: questa è una biblioteca e il libro è sovrano), i disegni originali delle edizioni illustrate e così via. Ma i curatori della mostra hanno disposto, tutto intorno, per me, per noi cresciutelli, manoscritti medievali, rotoli alchemici, reperti bibliografici, erbarii, astrolabi e mappe, schizzi di unicorni e grifoni, manoscritti con miniature emozionanti nelle quali la fenice finalmente risorge dalle sue ceneri, la tomba (vera!) di Nicolas Flamel, l’unico alchimista ad avere realizzato la pietra filosofale, tazze da thé per leggere (e dai!) i fondi, un vero “bezoar” (conglomerato di roba indigesta che si trovava nello stomaco delle capre ed era un potente antiveleno, chissà...), palle di cristallo, la mummia di una sirena (falso ottocentesco), bacchette, scope volanti, “ossa di dragone” cinesi per divinare, una fantastica civetta delle nevi (Edvige!) squadernata da una sontuosa copia dell’Audubon (Birds of America, che libro eccezionale). C’è persino, sublime ironia inglese, una teca con un gancio dove sta appeso un “mantello dell’invisibilità”: collezione privata, materiale e data di fabbricazione sconosciuti. Non lo vedete? Forse dipende da voi: non ne siete capaci e la teca non è vuota come vi sembra. Insomma, la British Library ha costruito su Harry Potter una mostra molto più sottile di quello che appare a prima vista (che è poi la lezione stessa dei libri della Rowling). Ma non basta. Perché, ovviamente, per chi, come me, non solo non riesce a saziarsi di libri, ma è ghiotto anche di particolari intorno alla loro creazione, la mostra è punteggiata da prestiti personali della Rowling. Il primo draft con la sinossi, pagine dattiloscritte (pochissime revisioni dell’editor), i suoi disegni (è brava!) che raffigurano con molta precisione personaggi e situazioni, uno spettacolare schema di plot per L’Ordine della Fenice dove si capisce che aveva davvero previsto tutto lo svolgersi della trama della serie, prima ancora della prima uscita, infine una splendida parete con le edizioni di tutto il mondo. Siamo dentro uno scrigno di meraviglie cartacee e non solo che ci rimandano, di continuo, alla nostra più fervida immaginazione e che affondano le radici nel mito più forte e tenace della nostra tradizione. Quando alla fine esci, ammirato da tale ricchezza, e, come direbbe il nostro signore della canzone paoloconte, «ti senti fradicio di magia», non puoi che concordare con Hermione: «Nel dubbio, vai in biblioteca!». Entri al pub Green Dragon e ordini una Griffon rossa, manco a dirlo, e ti rendi conto appunto di quanto è presente il mito qui e ora. E, pensandoci, vedi che la tua birra, puf, ti sparisce subito dal bicchiere. Ma, questa, è una magia che riesce a tanti, persino a me e fin troppo bene. Tà-dàà! (Poi dice che non perdi un grammo).

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