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Il motore di Corporate Cindia

potenze emergenti

Il motore di Corporate Cindia

Al lavoro. Assemblaggio di pezzi per  sistemi di  aria condizionata a Wuhan,  provincia di Hubei
Al lavoro. Assemblaggio di pezzi per sistemi di aria condizionata a Wuhan, provincia di Hubei

Dopo secoli di ritardo e di relativo isolamento, è lecito chiedersi - come fa Rajeswary Ampalavanar Brown, professore emerito in International Business all’Università di Londra - quali siano i fattori cruciali che hanno fatto emergere Cina e India come potenze con un ruolo nevralgico tanto nella sfera economica internazionale quanto in quella geopolitica.

The Chinese and Indian Corporate Economies è, per molti aspetti, uno studio “istituzionalista” in quanto orientato dalle teorie di Douglas North. Ruolo dello Stato e rapporto centro-periferia, funzionamento dei mercati, caratteri delle istituzioni commerciali e finanziarie, modalità di sviluppo del commercio estero e di acquisizione di tecnologia avanzata, nonché l’appartenenza socio-etnica costituiscono altrettanti fattori esplicativi delle analogie e delle differenze fra i modelli di globalizzazione di Pechino e di New Delhi. Le tradizioni politiche, culturali, sociali vengono analizzate da Brown insieme alle strutture economiche, organizzative e religiose per mettere in luce i network all’interno dei quali le corporation operano. Tanto che nel libro trova posto anche un’ampia analisi dedicata al sistema delle istituzioni finanziarie islamiche che si estende fra India, Pakistan e Bangladesh.

La preminenza dello Stato costituisce la cifra distintiva del modello di sviluppo di Pechino. Nel socialismo di mercato cinese le corporation hanno agito e continuano in gran parte ad agire come un braccio dello Stato che si protende in Asia, Medioriente, Africa, Europa, America Latina e in parti del sud degli Stati Uniti. Invece in India si è formato un capitalismo embedded, per dirla con le parole del sociologo Mark Granovetter, espressione della vivacità imprenditoriale di potenti minoranze etniche come Parsi, Marwari, Sindhi e Gujerati e degli imprenditori dell’Information Technology dell’India centrale e meridionale. In particolare, all’interno della comunità etnico-religiosa dei Parsi, attiva nell’area di Bombay, è divenuto florido e potente il gruppo siderurgico-meccanico Tata. Ossia una dinastia industriale di antico lignaggio che, durante l’epoca coloniale, seppe trarre beneficio dalla politica di laissez-faire della corona britannica e, successivamente, con l’indipendenza del Paese, fu abile nell’adeguarsi ai principi del patriottismo economico, favorito in ciò anche dal tradizionale sistema di valori associativi economici propri dei Parsi.

Peraltro, la penetrazione dell’economia cinese da parte delle multinazionali occidentali ha sortito conseguenze enormi per la crescita e le strategie globali delle stesse corporation del Dragone. Dopo il 1998 si creò, infatti, una forte pressione per acquisire tecnologia avanzata straniera. Così, la strategia principale per promuovere la creazione di campioni globali in grado di competere sui mercati internazionali fu quella dei merger e dell’assorbimento dei giganti tecnologici europei e, a un grado inferiore, americani.

L’accesso alla Wto ha, inoltre, permesso a Pechino di ridurre tariffe, aprire il settore finanziario alla competizione, migliorare la trasparenza nella corporate governance. Ma la legislazione sulle company ha realizzato un controllo societario ed economico debole. La ristrutturazione delle imprese pubbliche, avviata nel 1978, fu condotta con troppa lentezza; tanto che, vent’anni dopo, lo Stato era ancora il maggior azionista in oltre metà delle imprese ristrutturate (come PetroChina, Shanghai Automotive e China Telecom). E anche dopo l’ascesa di Xi Jinping, malgrado le aperture e i cambiamenti promessi, il ruolo dello Stato è rimasto in gran parte immutato poiché il coordinamento e la pianificazione dell’economia restano centralizzati.

In particolare, lo Stato rimane il principale azionista delle banche cinesi. Ciò, considerati gli stretti legami fra corporation e istituti di credito, comporta un elevatissimo azzardo morale ed economico poiché il management delle banche manca di effettiva “responsabilità” sul proprio operato.

In India, invece, prevale un modello competitivo con comunità preminenti e caste specializzate nel merchant banking come i Chettiars, i Banias e i Sindhis.

Altrettanto profonde diversità emergono nel modo e nel grado in cui la forza lavoro è stata coinvolta nel processo di globalizzazione. In Cina le politiche nell’ambito del lavoro sono state spietate, in particolare nei confronti delle donne lavoratrici, si sono registrati abusi dell’ambiente e scandali industriali. In India, invece, il lavoro è stato protetto da norme e leggi. Tuttavia, in alcuni settori come quello agricolo sono aumentate diseguaglianza di reddito, disoccupazione e povertà. In generale ci sono ancora consistenti differenze di classe e permangono drammatiche discriminazioni di casta.

L’accesso alle tecnologie occidentali fu facilitato dai rapporti coloniali tanto che l’India presenta un modello peculiare di sviluppo nell’Information Technology a Bangalore. Sia perché esso è stato finanziato da venture capital, sia perché si è sviluppato grazie a catene di fornitura e cluster che hanno trovato i loro punti di forza nelle istituzioni locali. I talenti indigeni furono valorizzati da un’economia creativa aperta agli investimenti e alla cooperazione estera con accordi di licenza, partnership e un sistema di subcontratti che legava la West Coast americana a Bangalore creando e rafforzando i link tecnologici.

Eppure, la corporate economy di New Delhi, fra family business e imprese di proprietà statale, non è riuscita sinora a raggiungere un livello di competitività analoga a quella dei keiretsu giapponesi, gruppi globali con alta performance, alta produttività dei fattori, che assimilano alta tecnologia e operano attivamente sui mercati stranieri.

Secondo l’Autore, sulla scena internazionale Cina e India, nonostante il loro rilevante potere economico, esercitano ancora un’influenza politica limitata. Ma a Pechino, come ha dimostrato il XIX Congresso del PCC, il presidente Xi Jinping appare determinato ad espandere un imponente soft-power insieme a quello economico-militare del Dragone.

Rajeswary Ampalavanar Brown,
The Chinese and Indian Corporate Economies. A Comparative History of Their Search for Economic Renaissance and Globalization, Routledge, London and New York, pagg. 472, £ 135; eBook £ 35,99

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