Domenica

Quel fico di Tiziano

Milano

Quel fico di Tiziano

Capolavoro. Tiziano Vecellio, «Sacra Conversazione» o «Pala Gozzi», 1520, Ancona, Pinacoteca Civica Francesco Podesti
Capolavoro. Tiziano Vecellio, «Sacra Conversazione» o «Pala Gozzi», 1520, Ancona, Pinacoteca Civica Francesco Podesti

Quando Tiziano Vecellio inaugurò il 20 marzo 1518 la pala dell’Assunta nella Chiesa dei Frari di Venezia, l’intera città rimase attonita per tanta esplosione di bellezza. Due anni più tardi il pittore riaccese la fiamma del genio e dipinse una nuova opera in grado di gareggiare con l’Assunta: parliamo della Sacra Conversazione detta Pala Gozzi, strepitoso capolavoro che ha eccezionalmente lasciato la Pinacoteca Francesco Podesti di Ancona, dove è solitamente conservato, per essere esposto a Palazzo Marino di Milano dal 5 dicembre al 14 gennaio 2018, in occasione della tradizionale rassegna offerta dalle autorità comunali per Natale (rassegna sostenuta anche quest’anno da Intesa Sanpaolo con il contributo di Rinascente).

La mostra sulla Pala Gozzi nella Sala Alessi - a cura di Stefano Zuffi con allestimento di Corrado Anselmi - rappresenta un’occasione preziosa non solo per ammirare uno dei dipinti più belli di Tiziano ma anche per addentrarsi nei dettagli della sua storia, delle sue vicissitudini e dei suoi enigmi.

Un cartiglio posto bene in vista alla base del dipinto contiene le informazioni essenziali. Così recita: «Aloyxius gotius Ragusinus / Fecit fieri / MDXX / Titianus Cadorinus pinsit» («Alvise Gozzi da Ragusa fece fare nell’anno 1520. Tiziano Cadorino dipinse»).

A commissionare il dipinto a Tiziano fu dunque un ricco imprenditore di Ragusa (oggi Dubrovnik), un uomo nato nel 1457 da una nobile famiglia locale (i Gucetic), che dal 1505 risultava attivo in Ancona come agente commerciale e uomo d’affari. Diversamente dagli altri “schiavoni” (slavi) presenti in Ancona, che affiliati alla Confraternita di San Biagio patrono di Ragusa venivano tutti sepolti in San Domenico, Alvise Gozzi volle eleggere a sua ultima dimora la più antica chiesa francescana della città, la chiesa di San Francesco ad Alto. Quindi, con larga profusione di mezzi, finanziò la costruzione della nuova cappella del coro e del nuovo altare maggiore, presso il quale fece predisporre la propria tomba con tanto di lapide celebrativa (dalla quale si ricavano i suoi dati biografici). Per la pala d’altare, Gozzi non badò a spese e volle coinvolgere Tiziano Vecellio, il più celebre pittore di Venezia. Nel 1520, al momento della realizzazione del quadro, Alvise Gozzi aveva già 63 anni, ma poiché la morte lo colse per sua fortuna solo diciassette anni più tardi (1537), il committente ragusino poté godersi a lungo il suo generoso lascito, intimamente confortato dal fatto che - grazie alla pala e alle numerose donazioni stabilite in vita e nel testamento - si sarebbe guadagnato un posto di riguardo in Paradiso.

La Pala Gozzi - alta circa tre metri e larga due, e composta di otto assi orizzontali - era in origine una pala rettangolare. L’attuale aspetto centinato lo assunse probabilmente in occasione di sostanziali modifiche dello spazio presbiteriale, modifiche che sappiamo avvennero sia nel 1652 che nel 1703. A quest’ultima data risaliva infatti l’altare marmoreo dotato di centina, eretto dalla famiglia Buranelli al centro dell’abside di San Francesco, dentro il quale aveva trovato posto il dipinto.

In questa sede la Pala Gozzi resistette fino al 1862; poi iniziarono nuove vicissitudini. A seguito delle soppressioni ecclesiastiche postunitarie, la chiesa di San Francesco ad Alto divenne un ospedale militare. La Pala Gozzi venne spostata nella chiesa di San Domenico e peregrinò per vari altari di questo tempio. Nel 1928 il dipinto venne depositato presso la Pinacoteca di Ancona, allora allestita presso il convento di San Francesco alle Scale. Durante la Seconda guerra mondiale la pala venne portata al sicuro a Roma e fu una vera fortuna perché le bombe alleate del 1943 rasero al suolo l’intero complesso francescano.

Il capolavoro di Tiziano tornò in Ancona nel 1952 e nel 1954 venne esposto nella nuova Pinacoteca Comunale intitolata a Francesco Podesti. Il terremoto che colpì la città adriatica nel 1972 purtroppo non lasciò incolume la pala che, danneggiata, dovette essere ricoverata e restaurata a Urbino. Nel 1974 il dipinto fece ritorno in Ancona. Poi, nel 1988 fu sottoposto a un nuovo e più decisivo restauro, al quale fece seguito un allestimento rinnovato all’interno della Pinacoteca Podesti.

Poter osservare questo capolavoro da vicino rappresenta un’esperienza emozionante. Il quadro mette in scena una Sacra conversazione fortemente teatrale, certamente ispirata alla Madonna di Foligno di Raffaello Sanzio. La composizione vibra di gesti e di sguardi che convergono tutti verso la Madonna con il Bambino, assisa tra le nubi e assistita da un angelo adolescente (probabilmente l’Arcangelo Gabriele) e da due angioletti alati che recano in mano due piccole corone votive. La Vergine appare circonfusa dalla luce calda e dorata del tramonto che diffonde il suo alone luminoso sui personaggi e sul paesaggio. Nelle parte inferiore del quadro giganteggiano due santi e il donatore Alvise Gozzi in ginocchio, colto di profilo e vestito di scuro. Il santo di sinistra, con il saio, è Francesco d’Assisi, titolare della chiesa destinataria della pala. Francesco è raffigurato con le stigmate mentre alza lo sguardo verso la Vergine. Sul lato opposto, il santo avvolto nei paramenti vescovili sul lato opposto è invece Biagio, il patrono della città di Ragusa. Il presule posa il braccio sinistro sulla spalla del donatore e con un gesto enfatico del braccio destro indica la Vergine Maria che, apparsa in cielo, sta volgendo sul nobile mercante il suo sguardo materno. I due santi e il donatore sembrano trovarsi sopra un’isola con poche piante, tra le quali spicca per evidenza un solitario ramo di fico cresciuto da un tronco tagliato alla base. Oltre quest’isola, dopo un breve tratto di mare, si scorge all’orizzonte l’inconfondibile profilo del Bacino di San Marco di Venezia, con il Palazzo Ducale, la Basilica, il Campanile e i palazzi dell’imbocco del Canal Grande.

Questo dettaglio geografico è uno degli “enigmi” che più hanno appassionato gli studiosi. Perché un mercante che proveniva dalla città di Ragusa, e che fece realizzare il quadro per la città di Ancona, non volle sullo sfondo del dipinto né Ragusa né Ancona, bensì l’inconfondibile skyline di Venezia?

La risposta sembra vada ricercata nella situazione politica del momento. Attorno al 1520, Venezia riacquistò il controllo e la tutela dell’Adriatico, un primato che era stato messo in discussione qualche anno prima proprio dalle repubbliche “concorrenti” di Ancona e Ragusa. La recuperata concordia politica e mercantile tra i tre principali porti dell’Adriatico potrebbe essere la chiave di lettura della Pala Gozzi e si esprimerebbe attraverso la presenza di San Francesco in rappresentanza di Ancona, di San Biagio in rappresentanza di Ragusa, e della Vergine in rappresentanza di Venezia che - tornata regina dell’Adriatico - si mostra ben riconoscibile ai suoi piedi.

Ma un altro dettaglio singolare ha acceso l’interesse degli studiosi. Che cosa significa quel fragile ramo di fico che svetta in grande evidenza tra San Francesco e San Biagio? Nel mondo antico il fico era un frutto sacro, emblema della vita, della forza e della conoscenza. Nell’antica Grecia era l’albero sacro ad Atena e Platone lo considerava “amico” dei filosofi. Il fico era altresì simbolo di abbondanza e immortalità, di collegamento tra terra e cielo, tanto che si praticava la divinazione attraverso le foglie di quest’albero. Infine, il fico presiedeva alle nascite: Romolo e Remo, fondatori di Roma, vennero allattati sotto un fico. Nel caso della Pala Gozzi (ma anche del Polittico Averoldi, capolavoro di Tiziano del 1522 che riporta quasi identico il dettaglio del ramo di fico), la risposta al quesito va certamente ricercata nel contesto biblico ed evangelico, perchè nella Bibbia il fico è simbolo del popolo d’Israele e della sua prosperità, mentre nell’Evangelo rimanda alla croce e alla salvezza, che da essa deriva. Tale simbolo, posto accanto alla figura di San Francesco, l’alter Christus per antonomasia, calzerebbe in effetti benissimo. Ma, secondo Augusto Gentili, alla chiave di lettura religiosa si potrebbe anche soprapporre un’interpretazione più politica. E tale chiave andrebbe ricercata in un passo del Vangelo di Giovanni (1, 35-51), nel quale si narra della chiamata dei discepoli e si dice che Natanaele venne riconosciuto da Gesù come giusto mentre si trovava «sotto un fico». Il “giusto” dunque starebbe “sotto un fico”. Ma nella Pala Gozzi chi è il giusto che sta esattamente sotto il fico? La città di Venezia. E allora quale potrebbe essere il messaggio politico trasmesso dal dipinto? Che Ancona e Ragusa troveranno sviluppo e prosperità riconoscendo il “giusto” dominio di Venezia e mettendosi sotto la sua protezione. E così si spiegherebbero anche le due corone che i piccoli angeli in cielo stanno porgendo alla Vergine: potrebbero essere coroncine votive offerte da Ancona e da Ragusa a Maria (alias Venezia).

L’ultima curiosità della Pala Gozzi si trova sul retro: direttamente disegnati sulle tavole si trovano schizzi di figure, realizzati a matita e lumeggiati a pennello. Si tratta di schizzi coevi all’esecuzione del dipinto ma di mani diverse. Tra questi si nota un bozzetto di qualità decisamente superiore agli altri: con ogni probabilità è di mano dello stesso Tiziano che forse qui ci vuol mostrare la prima idea avuta per la testa di Gesù Bambino.

Tiziano. Sacra Conversazione, Milano, Palazzo Marino, Sala Alessi, dal 5 dicembre al 14 gennaio 2018. Catalogo 24ORE Cultura

© Riproduzione riservata