Domenica

D’Ormesson, scrittore gentiluomo

addii. 1925-2017

D’Ormesson, scrittore gentiluomo

Jean d’Ormesson (Afp)
Jean d’Ormesson (Afp)

Eravamo in cinque a tavola, e Jean d’Ormesson teneva banco. Non era, intendiamoci, un conversatore torrenziale, uno di quelli che vogliono tenere banco, negando agli altri qualsiasi spazio. Ma aveva una grazia innegabile e un senso dell’umorismo lieve e croccante.

Tuttavia non era tanto quello ad avermi colpito, quanto il suo aspetto. Erano gli anni Ottanta e la sinistra regnava incontrastata sul mondo culturale e non solo. Lui invece continuava a vestirsi e a comportarsi come un alto borghese di una volta. La sua camicia perfettamente stirata aveva il taglio serio e compassato di quelle di Chirac. La sua sobria cravatta era evidentemente di un lussuoso negozio del Faubourg Saint-Honoré, come il suo completo tagliato da un sarto bravo quanto démodé.

Incuriosito, critico o ammirato, d’Ormesson non ha mai tentato di assimilarsi alla sua epoca. Ma uno sguardo più acuto avrebbe potuto vedere brillare, sotto il taglio troppo ordinato dei capelli troppo corti rispetto alla moda del tempo, la cipria che imbiancava le parrucche nel Settecento.

D’Ormesson, anzi Jean d’O come lo chiamavano, era il discendente di quegli scrittori gentiluomini che viaggiavano senza mai adeguarsi ai costumi del luogo, che studiavano peraltro attentamente. Per questo si trovava così bene nell’uniforme settecentesca dell’Académie Française in cui era entrato precocemente, se si tiene conto dell’età dei suoi confratelli. E ora che a novantadue anni si è spento si distingue più chiaramente il motivo dei successi che ha raccolto nella sua lunga vita: in lui si sentiva l’eco della grande Francia del passato.

Il lampo malizioso degli occhi azzurri e il sorriso sereno tradivano l’inesauribile amore per la vita che l’aveva sempre spinto, anche davanti ai temi più drammatici, a evitare ogni tono tragico. Una rinuncia notevole nella modernità che fa coincidere il genio col dramma.

Il meglio della sua produzione l’ha dato nella vecchiaia, quando il suo stile si è semplificato, avvicinandosi con naturalezza al cuore delle cose. Libri autobiografici come “Malgrado tutto direi che questa vita è stata bella” (Neri Pozza) o “Guida degli oggetti smarriti” (Neri Pozza) hanno il dono di parlare direttamente al cuore del lettore. Per carattere o per astuzia Jean d’O ha preceduto le critiche criticandosi e prendendosi in giro da solo.

Non saprei se è entrato meritatamente nella Pléiade, molto più severa dei nostri Meridiani, ma sicuramente questa scelta è una prova della libertà di giudizio dell’editore nei confronti di quello che alcuni riducevano a un simbolo della borghesia reazionaria. Per il resto, quest’uomo straordinariamente vivo aveva scritto: «La morte è un muro che nasconde il nostro destino di esseri smarriti».

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