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Un confine con troppi fantasmi

la frontiera tra le due irlande

Un confine con troppi fantasmi

Un manifesto nell’area di Derry, a ricordare i vecchi fantasmi
Un manifesto nell’area di Derry, a ricordare i vecchi fantasmi

Nelle contee di confine, come quella di Armagh, i meno giovani ancora ricordano i checkpoint, il filo spinato e le lunghe code per passare da una parte all’altra dell’isola. Erano gli anni drammatici dei “Troubles”, che divisero l’Irlanda del Nord, protestante e unionista, dall’Eire, la Repubblica d’Irlanda; un trentennio a cui hanno messo fine gli accordi di spartizione del potere del Venerdì santo del 1998.

È senza dubbio anche questa dolorosa memoria storica a complicare la prima fase delle trattative tra Bruxelles e Londra su Brexit, in cui il nodo del confine tra le due Irlande - unica frontiera di terra tra Ue e Regno Unito dopo il divorzio - è diventato il più intricato. Tanto più che alle questioni politiche si sommano le motivazioni economiche: grazie a quegli accordi e alla comune appartenenza al mercato unico europeo, non solo si sono rinsaldati i rapporti commerciali tra Londra e Dublino (l’interscambio annuo ha toccato i 65 miliardi di euro, con alcuni settori irlandesi - su tutti l’export di bestiame - particolarmente coinvolti), ma le attività economiche e gli scambi sono fioriti in maniera particolare nella regione di confine. Una cifra rende l’idea: circa 30mila persone attraversano ogni giorno per lavoro una frontiera che è diventata sostanzialmente invisibile.

Comprensibili dunque i timori di un ritorno a un “hard border”, un vero e proprio confine. Nessuna delle parti in realtà lo vorrebbe, ma trovare una soluzione non è semplice.

Una possibilità sarebbe lasciare l’Irlanda del Nord nell’unione doganale mentre il resto del Regno Unito rinegozia i suoi rapporti commerciali con la Ue, evitando così - almeno tra le due parti dell’isola - le ripercussioni negative di nuovi dazi. Un’altra ipotesi, caldeggiata da Dublino, sposterebbe la frontiera tra Ue e Regno Unito in mare, trasferendo tutti i controlli, sia sulle persone che sulle merci, in porti e aeroporti. Contro entrambe le opzioni si schierano però sia una parte dei conservatori britannici, contrari a intaccare l’integrità del Regno Unito, sia - soprattutto - gli unionisti nordirlandesi del Dup, che vedono con particolare preoccupazione l’eventuale spostamento in mare del confine; sarebbe, ai loro occhi, una sorta di anteprima della riunificazione dell’isola, auspicata dagli avversari storici del Sinn Fein, il partito nazionalista cattolico irlandese. E la premier britannica Theresa May non può ignorare il parere del Dup, su cui si sostiene la sua fragile maggioranza di governo.

Per uscire dall’impasse il governo britannico ha proposto un’esenzione dai nuovi obblighi doganali per le piccole imprese e l’elaborazione di sofisticati sistemi di controllo delle merci, dalle telecamere ai droni, che evitino il ripristino di veri e propri checkpoint. Si tratta però di proposte considerate troppo vaghe, sia da Bruxelles che da Dublino.

E mentre Londra preme perché si passi alla fase due dei negoziati - quella che regolerà i futuri rapporti commerciali con la Ue - anche solo con un’intesa di massima sulla questione del confine, il governo irlandese pretende assicurazioni scritte che non si tornerà a una frontiera fisica. Altrimenti, è stata la minaccia, potrebbe mettere il veto a un’intesa nel decisivo Consiglio europeo di metà dicembre, quando sarà necessario il via libera di tutti i Ventisette membri Ue. Una linea dura che sembra quasi un bluff da consumato giocatore di poker: in fin dei conti, se si arrivasse a una “hard Brexit”, un divorzio senza intesa tra le due parti, chi ci perderebbe di più, insieme a Londra, sarebbe proprio Dublino.

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