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La flessibilità che manca tra lavoro e pensione

L'Analisi|il rapporto ocse

La flessibilità che manca tra lavoro e pensione

C'è una domanda diffusa di flessibilità tra i lavoratori delle economie occidentali. Una crescente richiesta di maggiori possibilità di scelta su come affrontare il passaggio dal lavoro alla pensione, che non necessariamente si deve leggere come voglia di lasciare il prima possibile il proprio impiego. La settima edizione di “Pension at a glance” dell’Ocse, il voluminoso rapporto che mette sotto la lente i sistemi previdenziali dei 35 maggiori paesi occidentali, fotografa questa volontà frustrata con due numeri: due terzi dei lavoratori vorrebbe una maggiore flessibilità d’impiego negli ultimi anni della vita lavorativa anche per prolungarne la durata, magari cumulando parte della pensione con un salario e un orario ridotto. Ma solo il 10% riesce a trovare una soluzione adeguata, e solo il 50% di chi lavora dopo i 65 anni è riuscito a passare a un contratto part time; una dinamica invariata da almeno 15 anni.

Le barriere a questa voglia di lavoro senior più flessibile sono tutte note: vincoli familiari o di reddito, regole sui contratti di lavoro che impongono il pensionamento a una età stabilita; ritardi culturali del mondo delle imprese che, negando a sé stesse l’invecchiamento della popolazione, continuano a considerare esaurito il ruolo lavorativo di un sessantenne; una politica ostaggio di consensi a breve termine e che non vuole (non sa) sperimentare soluzioni alternativa.

Il Rapporto pubblicato questa mattina riferisce degli interventi di riforma adottati nei vari paesi negli ultimi tre anni, in calo rispetto a recenti stagioni passate. A parte cinque casi (Canada, Repubblica Ceca, Polonia, Grecia e Finlandia), dove sono state adottate riforme di una certa portata, altrove si è ritoccato al margine sui requisiti di pensionamento, le prestazioni, i livelli contributivi, con il fattore comune di mantenere la compatibilità dei sistemi ai vincoli di finanza pubblica. Una fase di incertezza, insomma, come se ci fosse un timore diffuso ad affrontare il nodo di fondo: adeguare i modelli pensionistici e i mercati del lavoro a una società che invecchia velocemente, con indici di dipendenza degli anziani (rapporto tra over 65 enni e residenti in età da lavoro 20-64enni) destinati a raddoppiare nelle prossime tre decadi. Sono pochi i casi di differimento della pensione individuati nelle analisi Ocse. Ma in Canada, in Danimarca, in Giappone e in qualche altro paese chi lo ha fatto ha beneficiato di un bonus del 6-8% sulla pensione finale per ogni anno in più di lavoro dopo il termine normale.

A leggere il report Ocse alla luce della recentissima esperienza legislativa nazionale si prova un po’ il senso dell’occasione perduta: a sei anni dalla riforma Fornero stiamo per ri-entrare in una campagna elettorale (la seconda delle serie) che metterà a tema l’obiettivo (impossibile) di cancellarla. E il dibattito è tutto concentrato sul falso mito dell’età di pensionamento più alto d’Europa (record italico smentito dai dati sulle età di pensionamento effettivo cui i Rapporto dedica ampio spazio), mentre gli esperimenti di flessibilità introdotti l’anno scorso (Ape volontaria e aziendale e Ape sociale) o due anni fa (il part-time agevolato) sono ancora sulla carta.

Non solo. C'è una diffusa opinione secondo la quale l’allungamento (reale) dell'occupabilità dei più anziani sottrarrebbe opportunità di primo impiego ai giovani. Ecco, se non si esce da queste trappole mentali ben presto si finirà travolti da una transizione demografica non reversibile a breve (che spingerà la spesa pensionistica al 18% del Pil tra una quindicina di anni) accoppiata al peso di un debito pubblico fuori misura per un paese con una crescita potenziale tra le più basse dell’Eurozona.

Bisogna sperimentare il più possibile, ci dice implicitamente il Rapporto Ocse, provare e riprovare fino a quando non si trovano gli equilibri di flessibilità migliori e più capaci di garantire la sostenibilità del sistema previdenziale, adeguate le prestazioni pagate agli anziani in un contesto di più elevata e diffusa partecipazione al mercato del lavoro, con uomini e donne di ogni età.

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